Rheinische Elegie

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Da lungi ancor la florida alba suprema de’ freschi
colli lombardi in vetta ridemi, Italia, in core.

Àlacri i miei pensieri, com’api ritornano a sciame
a Te che il fiore delle contrade sei.

Or di leggiadro riso che un’eco di gioje ridesti,
or di mestizia il volto diafano atteggiate,

chiuse in un sogno vago, già fuor della vita e pur vive,
per le tue terre, Italia, erran le mie memorie.

Oh rosea in faccia ai primi, aerei gioghi de l’Alpi,
villa degl’Imbonati, nido di verde pace!

Ivi con lo sbaldore d’innumeri uccelli,
tra ‘l folto de’ campi tuoi, col bacio fulgido del tuo sole,

ebbi da Te (non mai, siccome in quell’ora, diletta)
l’addio materno: l’ultimo, Italia, tuo.

Qual vision di sogno che il roseo mattino diradi,
strani qui innanti a me sorgon gli aspetti nuovi;

né mesta voce o lieta da un luogo a me noto si leva,
tranne la tua che vaghe mormora istorie, o Reno.

Guardo le fosche rocce da cupi castelli abitate,
e le rovine aperte sparse fin qui di Roma,

i piani, i colli intorno di ricca vendemmia felici,
onde in bei nappi splende l’oro favoleggiato.

Curva su te la bianca antica Gensonia si mira
nel lustreggiante specchio dell’acque, al sole.

Ode Coblenza e assiste ridendo dai ponti a’ perenni
tuoi fervidi colloqui con la Mosella amante.

Tra gli umili villaggi, tra l’isole brevi fiorenti
sotto l’opaca e lunga ombra de’ cedui boschi

ai cittadini indugi romor di Colonia, e i composti
ponti di barche e i tetti di lavagna saluti…

Quali da queste rive, eroico fiume, a cercarmi
verran lontano, quali memorie un giorno?

(Luigi Pirandello: Elegie Renane, Rom 1889-1890)


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